La SEO può essere usata per ottimizzare con l’AI. Parola di Google


Le cinque pratiche che Google ti chiede di smettere di fare

C’è un’intera sezione della guida intitolata “Sfatiamo i miti sulla ricerca con l’AI generativa: cosa non bisogna fare”. È la parte più rilevante dell’intero documento, e nessuno la sta commentando abbastanza.

 

1. File llms.txt e markup “speciali” non servono

Quello che mezza industria ha implementato di corsa nell’ultimo anno. Google scrive senza giri di parole:

“non è necessario creare nuovi file leggibili dalle macchine, file di testo per l’AI, markup o Markdown perché i siti vengano visualizzati nella ricerca basata sull’AI generativa”.

Il file llms.txt, in particolare, non viene trattato in modo speciale. È un file come gli altri.

 

2. Frammentare i contenuti in chunk è inutile

L’idea che i contenuti debbano essere divisi in piccole unità per essere “comprese meglio dall’AI” è esplicitamente respinta:

“I sistemi di Google sono in grado di comprendere le sfumature di più argomenti su un’unica pagina”.

La lunghezza ideale di una pagina non esiste; la pagina deve servire al lettore, non al sistema.

 

3. Riscrivere i contenuti in “AI-friendly language” è sbagliato

I sistemi di Google comprendono sinonimi e significati. Non c’è alcun bisogno di un linguaggio “ottimizzato per LLM”, né di acquisire tutte le possibili varianti long-tail di una query. Quel lavoro non è solo inutile, secondo Google: è proprio sbagliato come strategia.

 

4. Cercare menzioni non autentiche non funziona

La pratica di manipolare in maniera strategica le citazioni del brand su forum, articoli, blog di terze parti, nella speranza che gli LLM “imparino” ad associare quel brand a determinati concetti.

Google liquida la cosa con un eufemismo che dice molto: “la ricerca di ‘menzioni’ non autentiche sul web non è così utile come potrebbe sembrare”.

Tradotto: non funziona. E aggiunge che i sistemi anti-spam continuano a bloccare proprio questo tipo di attività.

 

5. I dati strutturati non sono il passepartout per l’AI

I dati strutturati restano utili per i rich result, ma – testualmente – “non sono necessari per la ricerca basata sull’AI generativa e non è richiesto alcun markup schema.org speciale”. Chi sta vendendo strategie di “schema.org per l’AI” sta vendendo un’illusione.

Cinque pratiche. Cinque smentite ufficiali. Una sezione intera della guida che, di fatto, è un atto di moderazione di mercato – un tentativo di Google di calmare l’isteria attorno a un settore che stava sterzando verso pratiche sempre più estreme e sempre meno utili.

 

E quindi, cosa funziona davvero?

Qui la guida ribalta il discorso e dice una cosa così semplice da sembrare imbarazzante:

“La creazione di contenuti che le persone trovano unici, interessanti e utili probabilmente influenzerà nel lungo periodo la presenza del tuo sito web nella ricerca basata sull’AI generativa più di qualsiasi altro suggerimento contenuto in questa guida.”

Le cinque caratteristiche dei contenuti che funzionano, secondo Google, sono:

  • Un punto di vista unico, basato su esperienza diretta. L’esempio fornito nella guida è didattico e vale la pena citarlo: “7 consigli per chi acquista casa per la prima volta” è generico e ricicla cose già dette ovunque; “Perché abbiamo rinunciato all’ispezione e risparmiato denaro: uno sguardo all’interno della rete fognaria” è specifico, esperienziale, irripetibile. Il primo può scriverlo un LLM in dieci secondi. Il secondo richiede una persona che ci sia passata.
  • Contenuti specifici, non generici, pensati per le persone e non per il sistema.
  • Una struttura organizzativa chiara per il lettore: paragrafi, sezioni, intestazioni che facilitano la navigazione.
  • Immagini e video di qualità, perché le risposte AI includono elementi visivi e ignorarli significa togliersi opportunità di visibilità.
  • Niente esagerazioni: creare pagine separate per ogni minima variazione di query è classificato come “abuso di contenuti su larga scala”. Spam, in altre parole. Detto da Google.

A tutto questo si aggiunge la base tecnica: indicizzabilità, esperienza pagina positiva, HTML semantico quando possibile, gestione corretta del JavaScript, riduzione dei contenuti duplicati. Le solite cose che si raccontano in SEO da quindici anni, perché sono ancora quelle che funzionano.

 

Il dettaglio che ridimensiona un’intera industria

C’è una postilla nella guida che merita attenzione, perché ha implicazioni profonde sul modo in cui il settore si vende ai clienti:

Tradotto in italiano umano: fate tutto bene, perfettamente, alla lettera, e potreste comunque non comparire. Indicizzazione non garantita. Pubblicazione non garantita. Visibilità AI non garantita.

È una postilla che, da sola, sgonfia l’industria delle “garanzie SEO” e dei pacchetti GEO venduti con promesse di posizionamento. Non è una notizia nuova per chi lavora seriamente nel campo – chi fa SEO da anni sa benissimo che le garanzie non esistono – ma è la prima volta che Google la mette nero su bianco accanto a un documento operativo. È un memento contro le sirene del marketing aggressivo.

 

Ma sono davvero novità?

Sarebbe disonesto fingere che questa guida sia una rivoluzione. Non lo è.

Tutto ciò che dice è coerente con quello che Google ripete da anni: le linee guida E-E-A-T, gli helpful content update, le comunicazioni di John Mueller a ogni Search Off the Record, le decine di articoli sul blog di Search Central. Il messaggio è sempre lo stesso: scrivi per le persone, abbi qualcosa da dire, non barare con scorciatoie. Quello che cambia adesso è il contesto: arriva in un momento in cui il settore stava spingendo verso pratiche sempre più speculative, sempre più scollegate da quello che Google effettivamente premia.

La domanda giusta non è “cosa c’è di nuovo in questa guida”. La domanda giusta è: perché Google l’ha pubblicata adesso?

Due ipotesi, entrambe plausibili.

La prima: è un intervento di moderazione di mercato. Il rumore attorno a GEO, AEO, llms.txt e affini stava diventando ingestibile. Conferenze, corsi, agenzie, freelance: tutti spingevano paradigmi nuovi, spesso contraddittori tra loro, raramente supportati da dati. Google interviene per riportare ordine, non a beneficio dei SEO, ma a beneficio dell’utente finale, che rischiava di trovare sempre più contenuti scritti per i bot e sempre meno utili per chi cerca.

La seconda: è un invito implicito ai clienti finali. La guida non è scritta per i SEO esperti, che certe cose le sapevano. È scritta per i CMO, i marketing manager, i proprietari di siti, in modo che la prossima volta che qualcuno gli proponga un pacchetto “GEO professionale” abbiano una fonte ufficiale a cui rispondere: “ma Google dice che è SEO”.

In entrambi i casi, il messaggio è chiaro: la SEO non solo è ancora rilevante per l’era dell’AI generativa, è l’unica disciplina che lo è davvero.

 

Cosa cambia per chi lavora bene da sempre

Per le agenzie e i consulenti che hanno sempre fatto SEO basata su contenuti di qualità, esperienza diretta e struttura tecnica solida, non cambia nulla. Anzi: la guida è una conferma istituzionale che la direzione era quella giusta.

Per chi invece negli ultimi due anni ha riposizionato la propria offerta come “esperto GEO” o “specialista AI optimization”, riempiendo le pagine LinkedIn di acronimi e i clienti di nuove fatture per servizi che non erano altro che vecchia SEO con un nome diverso, il momento è scomodo. Non perché Google abbia detto che quei servizi sono inutili – la SEO ben fatta resta indispensabile – ma perché ha tolto la giustificazione del “siamo davanti a qualcosa di completamente nuovo”.

L’unica cosa effettivamente nuova nella guida è la sezione finale sulle esperienze agentiche: gli agenti AI che navigano i siti per conto dell’utente, l’Universal Commerce Protocol, le indicazioni su come preparare un sito ad essere “letto” da un agente. Lì sì, c’è frontiera, c’è qualcosa da imparare. Ma sono quattro paragrafi su un documento di quattromila parole. Il resto è SEO. Buona, vecchia, paziente SEO.

 

La conclusione, senza giri di parole

La SEO può essere usata per ottimizzare con l’AI. È l’unica cosa che può farlo. Tutto il resto è una variazione semantica con tariffa maggiorata.

Chi lavora seriamente con i contenuti lo ha sempre saputo. Adesso lo dice anche Google, ufficialmente, nero su bianco, in un documento pubblico, scritto in un italiano sorprendentemente leggibile per i suoi standard. Vale la pena leggerlo per intero, ed è disponibile qui.

E vale la pena rileggerlo ogni volta che qualcuno proverà a venderci la prossima sigla a tre lettere.

 

FAQ – Domande frequenti sull’ottimizzazione SEO per l’AI generativa

GEO e AEO sono discipline diverse dalla SEO?

No. Secondo la guida ufficiale di Google pubblicata nel maggio 2026, GEO (Generative Engine Optimization) e AEO (Answer Engine Optimization) non sono discipline separate dalla SEO. Google scrive testualmente che “ottimizzare per la ricerca basata sull’AI generativa significa ottimizzare per l’esperienza di ricerca, perciò si tratta sempre di SEO”. Le best practice SEO si applicano integralmente anche alla visibilità nei sistemi AI di Google, come AI Overview e AI Mode.

Serve creare un file llms.txt per essere visibili nelle risposte AI di Google?

No, non è necessario creare un file llms.txt per comparire nelle funzionalità di AI generativa della Ricerca Google. La guida ufficiale di Google indica esplicitamente che “non è necessario creare nuovi file leggibili dalle macchine, file di testo per l’AI, markup o Markdown perché i siti vengano visualizzati nella ricerca basata sull’AI generativa”. Il file llms.txt non riceve alcun trattamento speciale da parte dei sistemi Google.

Bisogna spezzettare i contenuti in chunk per aiutare l’AI a capirli?

No, non è necessario spezzettare i contenuti in chunk o blocchi più piccoli per i sistemi AI. La guida di Google chiarisce che i suoi sistemi sono in grado di comprendere più argomenti all’interno di una stessa pagina. Non esiste una lunghezza ideale per una pagina web: la struttura del contenuto deve essere pensata per il lettore umano, non per il modello di intelligenza artificiale.

I dati strutturati sono necessari per la ricerca AI di Google?

No, i dati strutturati e il markup schema.org non sono necessari per la ricerca basata sull’AI generativa. Google indica che i dati strutturati restano utili per generare rich result e risultati avanzati nella Ricerca tradizionale, ma non sono un requisito per apparire nelle risposte AI. Non esiste un markup schema.org “speciale” per l’AI.

Cosa funziona davvero per essere visibili nelle risposte AI di Google?

Per essere visibili nelle risposte AI di Google funzionano cinque fattori principali, secondo la guida ufficiale: creare contenuti con un punto di vista unico basato su esperienza diretta, scrivere contenuti specifici e non generici pensati per le persone, mantenere una struttura tecnica chiara con pagine indicizzabili, includere immagini e video di qualità, ed evitare di creare pagine separate per ogni variazione di query (pratica classificata come spam). Google sottolinea che “la creazione di contenuti che le persone trovano unici, interessanti e utili” è il fattore più importante per la visibilità a lungo termine nelle esperienze di ricerca AI.

Le menzioni del brand su altri siti aiutano a comparire nelle risposte AI?

Le menzioni autentiche del brand possono contribuire alla visibilità nelle risposte AI, ma cercare menzioni non autentiche o artificialmente gonfiate non funziona. La guida di Google specifica che “la ricerca di ‘menzioni’ non autentiche sul web non è così utile come potrebbe sembrare” e che i sistemi anti-spam continuano a bloccare attivamente queste pratiche. Le menzioni che contano sono quelle organiche, generate da contenuti realmente di valore.

La SEO è ancora rilevante nell’era dell’AI generativa?

Sì, la SEO è pienamente rilevante nell’era dell’AI generativa. Le funzionalità AI della Ricerca Google si basano sugli stessi sistemi principali di ranking e qualità della Ricerca tradizionale, attraverso tecniche come il Retrieval-Augmented Generation (RAG) e il query fan-out. Una pagina deve essere indicizzata e idonea a essere mostrata nella Ricerca Google con uno snippet per poter comparire nelle funzionalità AI. Questo significa che le best practice SEO classiche – qualità dei contenuti, struttura tecnica, indicizzabilità – sono i requisiti fondamentali anche per la visibilità nelle risposte AI.

Cosa cambia per chi ha già una strategia SEO solida?

Per chi ha già una strategia SEO solida basata su contenuti di qualità, esperienza diretta e struttura tecnica corretta, non cambia praticamente nulla. La guida di Google rappresenta una conferma istituzionale che la direzione tradizionale della SEO ben fatta è anche quella corretta per l’era dell’AI generativa. L’unico ambito effettivamente nuovo da monitorare è quello delle esperienze agentiche, ovvero gli agenti AI che navigano i siti per conto degli utenti, per cui Google rimanda alla guida sulle best practice per siti ottimizzati per gli agenti.



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